- "La barca senza porto"

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Un giorno mia madre mi avvisò che, all’indomani, mi avrebbe accompagnato a scuola il padre di Samantha. <Lei sta ancora a letto con l’influenza ma suo padre si è offerto ugualmente di accompagnarti. Non dimenticarti di ringraziarlo> si raccomandò.
 
      

Quella mattina faceva particolarmente freddo; era forse uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni. Il cielo era di un insolito colore; lo aspettavo dietro i vetri appannati della finestra disegnando con il dito una casetta con il comignolo fumante, così tanto per non sentirmi sola…
Ad un tratto lo vidi arrivare con la sua grande auto; scesi di corsa <Buongiorno…> lo salutai aprendo lo sportello con impeto. <Ciao> mi rispose guardandomi appena.

<Come sta Samantha?> <Bene> tagliò corto. Mi scrutava furtivo… le sue mani tremavano. Passò davanti alla scuola ma non si fermò. <L’abbiamo già passata!> lo avvertii pensando si fosse distratto.

Lui non mi rispose; continuò a guidare, come assorto. I tratti del suo viso si erano irrigiditi. In quell’istante mi sentii inerme, prigioniera di uno strano disagio e rimasi in silenzio…
Ad un tratto bloccò l’auto davanti ad una cascina abbandonata, in mezzo a scarni filari. <Scendi!> mi ordinò afferrandomi per un braccio. Erano giorni che pioveva e le mie scarpe affondavano nel terreno bagnato.

Provai una grande malinconia. La sua mano era viscida, sudata… sentivo l’odore forte della sua pelle.
Spalancò, con impeto, la porta della baracca che cigolò in modo sinistro. All’interno, vidi immediatamente un tavolaccio di legno con un coltellaccio conficcato nel mezzo ed una fiasca di vino vuota; in un angolo, per terra, un vecchio materasso liso e maleodorante.

Chiuse la porta di colpo e, smanioso,mi strinse a sè. Rimasi immobile, paralizzata dalla paura e dallo stupore. Mi strappò di dosso il cappotto scaraventandolo, come uno straccio, in un angolo... (...)

Cercavo, con tutte le mie forze, di divincolarmi ma lui mi serrava le caviglie, come una morsa. Sentii un dolore lancinante. Urlavo, lo imploravo, ma lui… sembrava sordo. <Stai ferma! Fammi vedere cos’hai qui in mezzo> gridava infervorato. E poiché continuavo ostinatamente a ribellarmi, mi fulminò con uno sguardo e mi intimò con voce rauca <Se ti muovi ti ammazzo!>. Sentii, ad un tratto, la sua mano stringermi il collo. Mi mancava l’aria e credetti di morire. <Hai visto cosa ti capita se non stai ferma?> allentò poi la morsa, mentre io tossivo energicamente. Per lo spavento mi paralizzai e, improvvisamente, non riuscii a sentire più alcun dolore. Avevo gli occhi sbarrati...